L’INQUILINO DEL TERZO PIANO (1976) di Roman Polansky
A tutt’oggi – epoca di intolleranze culturali, razziali, etniche e religiose – il film del grande maestro polacco (classe 1933) incarna una incisiva quanto semplice constatazione: l’orrore è in ciò che ci circonda quotidianamente, anche negli insignificanti momenti delle nostre brevi esistenze. Non ci sopportiamo. Giunti al minimo equilibrio dei nostri obiettivi e raggiunte le mete più o meno preposteci, l’altro rischia di diventare ossessione o minaccia incontrollabile. Forse la sopravvivenza per il domani sta nella mera "difesa del territorio", augurandoci che l’altro non sia più scaltro di noi…
"Un modesto impiegato di origini polacche, Trelkovski, è in cerca di un appartamento a Parigi. Ne trova uno di una ragazza, Simone Choule, che ha tentato il suicidio gettandosi dalla finestra. Trelkovski si reca all’ospedale dove la ragazza versa in fin di vita. Entrato in possesso della stanza, comincia a essere oggetto di una serie di angherie da parte degli inquilini (quasi tutti anziani dall’aspetto inquietante)" (Wikipedia.org)
L’anima cinica di Roland Topor, da cui è tratto il racconto si integra con la penna tagliente di Brach, cui è fondamentale ricordare il triplice sodalizio con Marco Ferreri (Ciao maschio, Chiedo asilo), Jean-Jacques Annaud ed appunto Polansky.
Uno sceneggiatore il cui "marchio" si intravede costantemente nelle opere dei registi citati (la beffa, l’autoironia, la minaccia sociale) senza tuttavia tradire lo spirito precipuo di ognuno.
Il regista polacco – che si doppia da solo nella versione italiana, francese ed inglese del film – rappresenta con attenzione maniacale per i dettagli scenografici un universo umano profondamente individualista, avvolto in un clima che mescola paura e fragilità, sospetto a confusione (sentimentale, percettiva e persino sessuale).
La risposta al gesto disperato dell’impiegato, in ellissi perfetta con le premesse iniziali, non ha motivazioni decifrabili, se non accettando la logica-illogica dell’autore. Che la minaccia venga dall’esterno o dall’interno è indifferente: il pericolo incombente sul singolo c’è, logora senza perdono e trova campo fertile nella civiltà metropolitana. Se Trelkovski va al cinema a vedere una pellicola con l’immenso Bruce Lee, una ragione deve pur esserci.





















Un capolavoro uno dei pochi film veramente kafkiani messi in opera.