DOVE C’E’ GIGIONE NON C’E’ PROBLEMA (2008) di Stefania Spanò e Ivano De Simone
Mille euro complessivi di budget, 4 mesi di riprese ed una postproduzione minima per un documentario fieramente autoprodotto, tutto incentrato sull’ascesa del più grande fenomeno trash del panorama musicale Italiano degli ultimi anni: Gigione (al secolo Luigi Ciaravola).
“Primi passi e consacrazione del re del folk dance godereccio che in un’Italia agreste, dimenticata dai manuali di antropologia, si concede il lusso di un concerto a sera giungendo nei paesi del centro-sud mal collegati ai grandi nuclei urbani. Un selfmade man poco conosciuto con un impero economico da fare invidia ai suoi colleghi più blasonati e un’ intelligenza mediatica ingenua ma efficace”
Primo merito dei giovani autori è l’aver riempito un gap cronachistico affatto marginale, di cui è indubbiametne vittima la nuova corrente neomelodica partenopea. Necessitava in sostanza un’opportuna, approfondita e sincera messa a fuoco sulla sua decisiva evoluzione: l’immagine, la comunicazione televisiva, il passaparola e soprattutto la capacità di intercettare il più vasto pubblico possibile divengono i nuovi diktat di un approccio sofisticato al business musicale, benché pervicacemente distante anni luce da ITunes e dai concerti 3D in edizione limitata. Gigione e la sua futura spalla (nonché figlio) Jo Donatello, sono intrattenitori puri che trovano nelle feste patronali e nelle sagre di paese l’audience più ricettiva e fedele, affamata di ritmiche semplice (ma sempre accattivanti) e testi che giocano maldestramente su doppi sensi, vernacolarità spiccia e spiritosaggini da bar. Un mix geniale, che muterà progressivamente fino ad abbracciare – questa volta col massimo rispetto – tematiche religiose estremamente care al pubblico. E non a caso è proprio quest’ultimo il vero coprotagonista del documentario: volti pasoliniani di incredibile umanità, che sostengono Gigione con devozione sincera ed incondizionata. Uomini e donne che imparano a memoria i brani, fanno bootleg dei concerti con il registratore dei nipoti ed assistono allo spettacolo dopo dieci ore di lavoro in fabbrica, come afferma una fan abruzzese. Spanò e De Simone lasciano scorrere senza inutili ridondanze le situazioni contingenti che gravitano attorno ad ogni concerto-evento del cantante napoletano, permettendosi solo il vezzo di intervallare i momenti live con qualche dichiarazione dell’interessato sulla propria carriera (l’importanza di un’organizzazione capillare, persino nel posizionamento dei manifesti e qualche interessante aneddoto sulla nascita di brani come “A campagnola” e “Padre Pio”). Non mancano poi estratti dall’unico film interpretato da Gigione e Jo Donatello, Grazie Padre Pio (2001) per la regia di Amedeo Gianfrotta, che ben completa il quadro professionale di un artista inequivocabilmente a tutto tondo. Dove c’è Gigione non c’è problema è in definitiva una testimonianza originalissima, spassosa ed interessante su un “caso musicale” più unico che raro. Purtroppo il documentario non ha trovato una distribuzione ufficiale, ma fortunatamente è reperibile con facilità online.













Quasi esordio del talentuoso Liman – aveva precedentemente diretto solo il divertente Student Body, commedia nera poco riuscita ma onesta – che, su una sceneggiatura frizzante firmata dal protagonista Jon Favreau, costruisce un vero e proprio luna park emozionale tutto al maschile, straripante di citazione cinematografiche e gag memorabili.
Da un’idea originale del regista/produttore californiano Charles Band, uno dei titoli più folli e deliranti della leggendaria Full Moon Entertainment, casa di produzione dei migliori horror a basso costo anni ’80 e ’90.
Dopo le prime, eccellenti prove horror del regista bolognese e la discreta fase nostalgico/drammatica contraddistinta da titoli come Una gita scolastica (1983) e Festa di laurea (1985), Regalo di Natale segna l’atteso ritorno ad atmosfere più fosche, intrise di quel cinismo e di quel livore che Avati sembrava aver definitivamente messo da parte.
Daniele Formica (Drogheda, 10 giugno 1949 – Bassano del Grappa, 1º febbraio 2011) è stato un attore, doppiatore e regista teatrale italiano di origine irlandese. È stato inoltre doppiatore e conduttore televisivo. Nacque a Drogheda, nella contea Irlandese di Louth, da Wilson ed Eugenia Ravasio, lui violinista lei cameriera e studiò al Trinity College di Dublino. Sviluppò immediatamente la passione per la recitazione, debuttando all’inizio degli anni ’70 nel Rabelais di Jean Louis Barrault. Nello stesso periodo fece le prime apparizioni cinematografiche accanto a Massimo Ranieri e Barbara Bouchet. Nel 1973 si trasferì in Italia ed entrò nella compagnia del Teatro Stabile dell’Aquila con la quale portò in scena Maschere di Carlo Goldoni. La sua capacità recitativa convinse anche la televisione, che lo lanciò in diversi sceneggiati tra i quali: Lungo il fiume e sull’acqua (1973), L’assassinio dei fratelli Rosselli (1974) e Giandomenico Fracchia (1975). Nel 1980 partecipò al varietà televisivo di Romolo Siena, A tutto gag. L’anno successivo venne chiamato da Mario Monicelli a interpretare Camera d’albergo. Il ruolo probabilmente più conosciuto dal grande pubblico lo interpreta nel film a episodi Ricchi, ricchissimi, praticamente in mutande, nella parte del segretario arabo di un Emiro che vuole comprare uno yacht nel cantiere dell’imprenditore Alberto Del Prà (Renato Pozzetto). Nel 1990 sposò Ombretta Bertuzzi mentre la sua carriera continuava in TV col telefim Linda e il brigadiere con Nino Manfredi. Recitava sia in italiano che in inglese. Dopo gli anni ’90, le sue apparizioni televisive si fecero sempre più ridotte (qualche comparsata in telefilm e film TV, o in varietà come Paperissima) e si dedicò prevalentemente a doppiaggi cinematografici. Nel 2008 recito’ nelle fiction di Canale5 Crimini bianchi e I liceali. Era un tifoso della Lazio. È venuto a mancare il 1° febbraio 2011 per un tumore al pancreas.
Gian Luigi Rondi, sulle autorevoli pagine de Il Tempo, si scagliò con rara ferocia verso l’interessante, allegorico ed imperfetto lavoro del sensibile regista lombardo: un libello ignobile!, tuonò tout court il critico canuto. Eppure questo rappresenta, oggi, solo uno dei molteplici motivi che incoraggiano il moderno spettatore a riscoprire la poetica toccante e fieramente libera di Agosti.
Tratto dal romanzo The Fifth Cord di D. M. Devine, l’opera terza di Bazzoni rappresenta – insieme al sottovalutato La morte accarezza mezzanotte di Luciano Ercoli – il migliore esempio di Giallo all’Italiana di diretta filiazione argentiana.
Titolo softcore che il regista siciliano Beppe Cino firma, come il successivo
Nicoletta Elmi (Roma, 13 febbraio 1964) è una ex attrice italiana. Figlia di Mario Elmi, fratello della conduttrice televisiva Maria Giovanna, inizia il suo percorso artistico come modella bambina per alcune riviste specializzate nel settore. Al termine degli anni ’60, dopo una brevissima apparizione nel film drammatico Le sorelle (1969) di Roberto Malenotti, viene scritturata dalla società di produzione Mondial Te.Fi. per il musicarello Il suo nome è Donna Rosa (1969), diretto da Ettore Maria Fizzarotti e interpretato dal noto duo musicale Al Bano Carrisi e Romina Power. Il film, forte della presenza dei suddetti, incassa più di un milione di lire ai botteghini, portando la Titanus a distribuirne un seguito, Mezzanotte d’amore (1970), nel quale ritroviamo sia Fizzarotti che il cast di attori al completo, fra cui la Elmi stessa. Dopo aver preso parte, seppur per poche inquadrature, all’opera di Luchino Visconti Morte a Venezia (1971) entra nella storia della televisione italiana per alcune serie di caroselli televisivi che reclamizzano la macchina fotografica Polaroid (1969, 1970, 1971, 1972, 1973) e la carne in scatola Simmenthal (1971, 1972). La Elmi viene quindi notata dal grande regista Mario Bava, il quale la prende con sé per Reazione a catena (aka Ecologia del delitto) (1971), film thriller che anticipa di circa dieci anni alcune tematiche slasher care al cinema di genere d’oltreoceano. La Elmi convince appieno il regista romano, il quale la richiama per il successivo Gli orrori del castello di Norimberga (1972). Seguie l’esperienza in Chi l’ha vista morire? (1972), diretto da Aldo Lado. Dopo una breve parentesi nel western con il misconosciuto Sotto a chi tocca! (1972) di Gianfranco Parolini e nel grottesco Io e lui (1973) di Luciano Salce, la Elmi ritorna all’horror con Il mostro è in tavola… Barone Frankenstein (1973), prima pellicola girata in Italia dallo statunitense Paul Morrissey. Seguono interpretazioni di maggior rilievo per le pellicole Le orme (1974) di Luigi Bazzoni e Il medaglione insanguinato (Perché?!) (1975) di Massimo Dallamano. La consacrazione giunge proprio nel 1975, anno di uscita del film Profondo rosso di Dario Argento, opera per la quale la Elmi torna al ruolo sfuggevole che Mario Bava le assegnò a inizio carriera. Infine, prima di abbandonare momentaneamente le scene, partecipa al film storico La linea del fiume (1976) di Aldo Scavarda. Nel 1984, dopo aver tentato la carriera sportiva nella pallacanestro, fa il suo ritorno sugli schermi con le commedie Amarsi un po’…, diretta da Carlo Vanzina, e Windsurf – Il vento nelle mani, opera prima del figlio e fratello d’arte Claudio Risi. L’anno successivo, viene nuovamente ingaggiata da Dario Argento (in questo caso in veste di produttore) per partecipare a quello che sarà il suo ultimo film horror, Dèmoni (1985), diretto da Lamberto Bava, quest’ultimo già incontrato durante il periodo di collaborazione con il padre Mario. A ridosso della seconda metà degli anni ’80, Carlo ed Enrico Vanzina le propongono il ruolo che la renderà nota al pubblico, ossia quello di Benedetta Valentini, l’intellettuale dark de I ragazzi della 3 C (1987). Diretta da Claudio Risi la serie TV ottiene un notevole successo di ascolti, convincendo i Vanzina a trarne una seconda stagione, trasmessa l’anno seguente. La terza e ultima serie, prodotta da Claudio Bonivento, vede la dipartita di molti attori, tra i quali la stessa Elmi.
Semplicemente: Il capolavoro di Pier Carpi. Il visionario regista emiliano imprime, in un’opera che attraversa indistintamente il linguaggio del cinema, del teatro e del fumetto, tutta la propria sensibilità intellettuale ed esoterica, rielaborando con incredibile spiritualità il tema del Salvatore, nucleo di una profonda riflessione che lo accompagnerà fino all’ultima pubblicazione Gesù contro Cristo: tra magia e mistero, il romanzo che svela i segreti del Vangelo, edita da Simonelli nel 1997.
Dimenticabile esordio registico di Fiorenza, già distributore cinematografico, sceneggiatore ed assistente regista di Beppe Cino (Il cavaliere, la morte e il diavolo) e Mario Gariazzo (Play Motel ed Incontri molto… Ravvicinati del quarto tipo).
Ci sono horror invecchiati bene (Non aprite quella porta, 1974), film tutto sommato invecchiati decentemente (L’ultima casa a sinistra, 1972) e pellicole che, con l’inarrestabile passare degli anni, non sono riuscite a nascondere i mille difetti che le caratterizzavano, per la scarsità di mezzi o più presumibilmente per un’immeritata sovrastima artistica. L’opera di Watkins è sicuramente annoverabile in quest’ultima categoria, nonostante la dubbia aura di film di culto conquistatasi nel tempo.
Ultimo capitolo della personale trilogia mondo a firma del grande regista romano, dichiaratamente ispirata al celebre filone ideato nel 1962 dal Franco Posperi e Gualtiero Jacopetti (recentemente scomparso).
Zeudi Araya (Asmara, 10 febbraio 1951) è un’attrice, produttrice cinematografica e cantante eritrea naturalizzata italiana. È una delle attrici più note del cinema erotico italiano degli anni settanta, grazie a film quali La ragazza dalla pelle di luna, La ragazza fuoristrada, e Il corpo. Per numero di film interpretati è stata seconda solo a Laura Gemser, altra icona del cinema di genere italiano. Figlia di un uomo politico e nipote di un ambasciatore etiope a Roma, si diplomò nel 1969, e lo stesso anno fu eletta Miss Eritrea. Il suo nome in lingua amarica significa “corona imperiale”. Un viaggio in Italia le aprì, quasi per caso, le porte di Cinecittà. Nel 1972 la Araya interpretò uno spot pubblicitario per un caffè. Il regista Luigi Scattini la notò, e la scelse per interpretare il suo film La ragazza dalla pelle di luna, che riscosse un buon successo di pubblico. Il ruolo era quello di una ragazza dei Tropici che manda a rotoli il matrimonio di una coppia borghese, con il suo erotismo prorompente, e lanciò la Araya come attrice emergente. Seguirono un interesse dei mass media, un 45 giri, e altri film erotici, diretti per la maggior parte da Scattini. Dopo il matrimonio con il produttore cinematografico Franco Cristaldi passò ad interpretare film del cosiddetto cinema medio del marito, con titoli quali Il signor Robinson, mostruosa storia d’amore e d’avventure, nel ruolo di Venerdì, a fianco di Paolo Villaggio, Giallo napoletano, insieme a Marcello Mastroianni, e Tesoro mio, insieme a Johnny Dorelli, Sandra Milo e Renato Pozzetto.
Quarto lungometraggio del genio praghese e maestro dell’animazione a passo uno Jan Svankmajer. In contrasto col precedente
Tratto dal romanzo autobiografico di Augusten Burroughs (pubblicato n Italia dalla Alet edizioni nel 2004), Correndo con le forbici in mano è l’esordio cinematografico dell’autore cult Ryan Murphy, geniale ideatore della serie TV Nip/Tuck, vincitrice nel 2005 del Golden Globe come miglior prodotto televisivo drammatico.
Giorgio Porcaro (Benevento, 29 novembre 1952 – Monza, 4 giugno 2002) è stato un cabarettista, comico e attore italiano di cinema e televisione.


















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